Lo schermo si illumina di colpo, e sotto un video qualsiasi, forse un ragazzo che inciampa parlando, forse una cantante stonata per mezzo secondo, forse una compagna di classe che ha detto la parola sbagliata nel momento sbagliato, comincia la valanga. Un commento graffia. Il secondo ride. Il terzo non aggiunge niente, ma spinge. Dopo pochi minuti non sembra più una fila di persone diverse: sembra una creatura sola, enorme, nervosa, affamata. È questo che mi colpisce ogni volta quando guardo certi angoli della rete: non la cattiveria di uno, ma il modo in cui cento persone riescono a diventare una sola spinta, come se la responsabilità si sciogliesse appena entra nel gruppo. E allora il punto non è soltanto capire perché qualcuno insulta. Il punto è capire come mai, appena gli insulti diventano coro, così tanti si sentono assolti in anticipo.
Quando gli studiosi parlano di odio online, non descrivono soltanto una faccenda di maleducazione. Psicologi, sociologi, esperti di comunicazione e ricercatori che studiano i comportamenti digitali hanno osservato da anni un effetto preciso: quando una persona si sente protetta dalla folla, oppure nascosta da uno schermo, può smettere di percepire davvero il peso delle proprie parole. Non sempre succede perché è un mostro. A volte succede perché imita, si adegua, ripete. Ed è qui che, mentre leggo certe discussioni che sembrano risse senza corpo, mi torna in mente Hannah Arendt. Non perché vivesse nel nostro tempo, ovviamente, e neppure perché abbia studiato i social network, che nel suo secolo non esistevano. Mi torna in mente perché ha osservato con una lucidità quasi tagliente una cosa che continua a farci paura: il male, certe volte, non arriva con faccia da demone. Arriva con faccia normale, piatta, obbediente. Arriva quando si smette di pensare davvero a ciò che si sta facendo.
Arendt lo scrisse in modo potentissimo parlando del processo a Adolf Eichmann nel libro La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Attenzione, però: quella formula è stata spesso fraintesa. Non significa che il male sia piccolo o innocente. Significa quasi il contrario: che può diventare enorme proprio quando passa attraverso persone incapaci o non disposte a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni. Questa idea, se la sposti sul terreno dell’odio online, è scomodissima. Perché ci costringe a guardare non solo i grandi aggressori, non solo quelli che guidano la tempesta, ma anche tutti quelli che mettono il loro sassolino nella frana e poi si difendono dicendo: stavano già scrivendolo tutti, era solo una battuta, era solo un meme, era solo un commento.
A questo punto, mentre provo a seguire la scia di questo pensiero, la stanza cambia consistenza. La immagino bene: tavolo semplice, luce ferma, il rumore del mondo fuori un po’ distante. Hannah Arendt è lì davanti a me, con quello sguardo vigile di chi non ha nessuna voglia di semplificare. Non la trasformo in una statua. Le faccio le domande che servono davvero.
Le chiedo: “Quando una folla online attacca qualcuno, il problema principale è la cattiveria o il conformismo?”
Hannah Arendt risponde: “La cattiveria esiste, certo, ma non spiega tutto. Il conformismo è più pericoloso di quanto sembri, perché permette alle persone di agire senza misurarsi interiormente con ciò che stanno facendo. In La banalità del male ho mostrato che un essere umano può compiere o sostenere azioni terribili non sempre per fanatismo acceso, ma anche per povertà di pensiero, per abitudine, per adattamento a un meccanismo già in moto. Quando molti insultano, il singolo può convincersi che non sta scegliendo: sta soltanto seguendo.”
Le dico: “Ma online tanti pensano che una parola non sia una vera azione. Pensano: ho solo scritto.”
Arendt inclina appena il volto, come se la scusa le fosse fin troppo familiare. “È proprio qui che bisogna essere severi. Le parole sono azioni quando entrano nello spazio pubblico e modificano il mondo comune. Umiliare una persona davanti a migliaia di altri non è un nulla. È un fatto. La deresponsabilizzazione nasce quando ci si racconta che il gesto, perché rapido o digitale, non appartiene davvero a chi lo compie. Ma l’azione resta legata all’autore anche quando passa attraverso una tastiera.”
Le domando ancora: “E allora come si resiste? Perché un ragazzo, o anche un adulto, a volte sente una pressione tremenda a unirsi al branco.”
Lei non mi risponde con una formula da poster. Ragiona. “Si resiste esercitando il pensiero come dialogo con sé stessi. In La vita della mente ho insistito sul fatto che pensare non è accumulare nozioni. È fermarsi e chiedersi: posso convivere con questo gesto? Posso restare in compagnia di me stesso dopo averlo compiuto? Il conformismo vince quando questo dialogo interiore si spegne. Se tutti gridano e tu ti fermi a pensare, diventi già un ostacolo. Non perché sei perfetto, ma perché rompi l’automatismo.”
La guardo e sento che qui il punto si stringe davvero. Non basta dire ai ragazzi, o agli adulti, siate gentili. È troppo poco, troppo fragile. Il cuore del problema è un altro: la folla non ti chiede solo di essere crudele. Ti chiede di non pensare. Ti chiede velocità, riflesso, adesione. Ti premia se ripeti il tono del gruppo e ti fa sentire strano se rallenti. È una macchina che ama gli automatismi. Per questo l’odio online, quando si allarga, non è soltanto aggressività collettiva. È una scuola di irresponsabilità, dove ciascuno porta un pezzetto e intanto si convince di non aver portato nulla.
Allora provo a spingere ancora la conversazione un passo più in là. “Lei ha scritto anche in Le origini del totalitarismo di società in cui le persone vengono isolate, spaventate, rese fragili. C’entra qualcosa con il web di oggi?”
Arendt annuisce. “Non bisogna confondere i contesti storici, che sono molto diversi, ma certi meccanismi meritano attenzione. Una massa isolata, insicura, desiderosa di appartenenza, può diventare facile da orientare. Anche online molti cercano un posto, un’identità, una conferma. Se il gruppo offre appartenenza in cambio di aggressione, la tentazione è forte. Ecco perché il problema non è solo morale. È anche politico e culturale: che tipo di spazio pubblico stiamo costruendo, se per sentirsi parte di qualcosa bisogna colpire qualcuno?”
Qui il silenzio vale quasi più delle parole. Perché improvvisamente il ragazzo che mette una faccina cattiva sotto un video non è più soltanto uno che ha fatto lo sciocco. Può essere uno che sta imparando una lezione tremenda: che la presenza nel gruppo si compra con una piccola dose di disprezzo. E quando questa lezione entra in testa presto, poi si trascina dietro conseguenze enormi. Gli esperti che studiano il cyberbullismo, la pressione dei pari, i comportamenti imitativi e la spirale dell’umiliazione pubblica vedono proprio questo: l’aggressione si allarga non solo perché c’è rabbia, ma perché c’è contagio. E il contagio, a differenza della rabbia individuale, ha una potenza più fredda, più organizzata, più difficile da fermare.
Per questo, mentre esco da questa intervista impossibile, mi porto dietro una sensazione che punge. Non basta stanare i colpevoli peggiori. Bisogna difendere, quasi centimetro per centimetro, lo spazio in cui una persona può ancora fermarsi e pensare prima di unirsi alla folla. Hannah Arendt non ci consegna una consolazione. Ci consegna una richiesta severa: non rinunciare alla fatica di giudicare. Quando un branco digitale si mette in moto, la cosa più facile è lasciarsi prendere dalla corrente e dire che era solo un commento. La cosa più difficile è restare fermi un secondo, guardare bene il bersaglio, ascoltare il rumore del gruppo, e sentire che in quel secondo, proprio lì, si decide che tipo di persona si sta diventando.
Breve biografia:
Hannah Arendt (1906-1975) è stata una filosofa e studiosa della politica nata in Germania, famosa per aver analizzato il totalitarismo, la responsabilità individuale e il rapporto tra pensiero e azione. È importante perché ha mostrato come il male possa crescere anche attraverso il conformismo e la mancanza di giudizio personale. Il suo pensiero è ancora utile per capire l’odio online, dove molti seguono il gruppo senza fermarsi a riflettere.