Marco Prando

Calvino e le identità leggere del web

La schermata del telefono si accende nel buio come una finestra aperta su una città dove tutti corrono con il volto cambiato. Un profilo sorride con una frase perfetta, un altro si mostra ironico, un altro ancora sembra coraggioso, sicuro, impeccabile. Poi basta scorrere qualche secondo e qualcosa si incrina: quelle figure così nette, così lucidate, così leggere, non stanno ferme. Slittano. Si spostano. Si moltiplicano. E io, davanti a quella fila di identità ben vestite, sento la stessa inquietudine che si prova entrando in una stanza piena di specchi, quando capisci che il problema non è vedere tante immagini, ma non sapere più quale stia davvero respirando. Sul web accade questo: non ci limitiamo a mostrarci, ci sdoppiamo, ci ritagliamo, ci alleggeriamo, a volte fino quasi a sparire. E più la versione che lanciamo nel mondo è elegante, pulita, rapida, più cresce la domanda che nessun filtro riesce a cancellare: quanto resta di intero, là dentro?

Per capirlo, io non volevo un moralista e neppure un predicatore della nostalgia. Non mi serviva qualcuno pronto a dire che prima era tutto autentico e adesso tutto è finto. Mi serviva una mente capace di riconoscere che l’identità non è mai stata un blocco di pietra, ma un intreccio, un equilibrio delicatissimo tra peso e leggerezza, presenza e sparizione, forma e vuoto. Così, in questa mia Intervista Impossibile, ho cercato Italo Calvino. Non per mettergli in mano uno smartphone come in una scenetta sciocca, ma perché pochi come lui hanno saputo guardare l’essere umano mentre si divide, si reinventa, si racconta e si perde. Nei suoi libri non ci sono soltanto personaggi. Ci sono creature tagliate a metà, uomini che esistono senza corpo, ragazzi che salgono sugli alberi per vedere il mondo da un’altra distanza. E allora ditemi se non è già qui, in queste figure, il presentimento delle nostre identità digitali.

L’ho trovato in una stanza chiara, con l’aria di chi osserva le cose senza mai schiacciarle. Non aveva fretta. Sembrava già sapere che il punto non era accusare il web, ma capire quale parte di noi il web rende visibile e quale invece ci aiuta a nascondere.

Io gli ho chiesto: “Calvino, perché online ci viene così naturale avere più versioni di noi stessi?”

Lui ha risposto: “Perché l’essere umano non è mai stato uno solo, anche quando faceva finta di esserlo. La rete non inventa questa molteplicità. La rende più rapida, più visibile, più facile da cambiare. Il problema è che la velocità può trasformare una ricchezza in una dispersione. In Lezioni americane ho scritto della leggerezza come di un valore, ma leggerezza non significa inconsistenza. Significa togliere peso inutile per vedere meglio. Se invece si toglie tutto, non resta chiarezza, resta evaporazione.”

E qui vale la pena fermarsi un momento, perché questa è la prima svolta vera. Spesso si pensa che essere leggeri significhi essere superficiali. Calvino no. Per lui la leggerezza è un modo rigoroso di attraversare la complessità senza farsene schiacciare. È quasi una disciplina dello sguardo. Ma il web, molte volte, prende quella leggerezza e la riduce a una facciata liscia, pronta da esibire. Non alleggerisce il superfluo. Alleggerisce la persona. Ne lascia soltanto un contorno brillante.

Allora gli ho chiesto: “E quando una persona costruisce un profilo diversissimo da com’è davvero, sta mentendo?”

Calvino ha inclinato appena il volto, come se la domanda fosse troppo semplice per meritare una risposta semplice. “A volte sì, ma non sempre nel modo più banale. In Il visconte dimezzato la divisione di un uomo mostra che ogni frammento, preso da solo, diventa mostruoso anche quando sembra perfetto. Il buono assoluto non basta, il cattivo assoluto non basta. L’intero essere umano nasce dalla tensione tra parti diverse. Sul web molti scelgono di mostrare una metà soltanto: quella brillante, feroce, spiritosa, vincente, misteriosa. Non è una bugia completa. È una verità amputata. E una verità amputata, alla lunga, ferisce quanto una menzogna.”

Questa risposta mi è rimasta addosso come una lama sottile. Una verità amputata. Ecco una formula che dovrebbero leggere tutti quelli che pensano che basti dire “ma questo lato di me esiste davvero”. Certo che esiste. Il problema è quando lo isoli, lo lucidi, lo fai marciare davanti agli altri come se fosse il tutto. È lì che il sé digitale diventa leggero nel senso sbagliato: non agile, ma svuotato; non libero, ma ridotto.

Così ho insistito: “Ma allora dobbiamo mostrare tutto? Ogni fragilità, ogni confusione, ogni paura?”

Calvino ha sorriso appena. “No. Mostrare tutto non è più vero di mostrare troppo poco. Anche l’eccesso di esposizione può essere una maschera. Il punto non è riversarsi addosso agli altri. Il punto è non dimenticare che una persona è sempre più vasta della figura che presenta. Pensa a Il cavaliere inesistente: Agilulfo esiste solo nella forma, nella disciplina, nella perfezione del comportamento. È impeccabile, ma è vuoto. Ecco il rischio di certe identità digitali: funzionano benissimo, parlano bene, si mostrano bene, sembrano solidissime, ma dentro c’è il rumore del niente. Quando l’identità diventa solo prestazione, resta l’armatura e manca il corpo.”

Qui il discorso si è fatto più profondo, e anche più scomodo. Perché il web premia spesso proprio Agilulfo: il profilo coerente, lucidissimo, sempre pronto, sempre adatto. Ci affezioniamo a immagini che non inciampano mai. Eppure la vita vera inciampa di continuo. Una persona reale non è sempre elegante, non è sempre pronta, non è sempre uguale a ieri. Se online diventiamo soltanto una funzione ben progettata, allora il prezzo della nostra leggerezza è altissimo: smettiamo di tollerare il disordine che rende umano un volto.

A quel punto gli ho fatto la domanda che premeva di più: “Come si fa a non perdersi, se il web ti spinge continuamente a reinventarti?”

Calvino ha risposto senza alzare la voce: “Bisogna conservare un filo. Non una statua immobile di sé, ma un filo. La molteplicità non è un male, se le diverse figure comunicano tra loro. In molti miei libri c’è questa tensione tra frammento e disegno, tra molte storie e una ricerca di forma. La tua epoca ha un potere enorme: può sperimentare identità, linguaggi, appartenenze. Ma se ogni metamorfosi cancella la precedente, la persona si consuma. La leggerezza vera non elimina il peso della coscienza. Lo porta con precisione.”

“Quindi il pericolo non è avere molti sé, ma non farli parlare tra loro?”

“Esatto. La molteplicità può essere intelligenza. Diventa smarrimento quando manca un centro di attenzione, una responsabilità verso ciò che si dice e verso chi si è.”

In quel momento ho capito che il cuore del problema non era il numero delle identità, ma la loro relazione. Sul web possiamo essere diversi in luoghi diversi, ed è perfino naturale. Si parla in un modo con gli amici, in un altro in pubblico, in un altro ancora quando si cerca di spiegare qualcosa che conta. Il guaio comincia quando ogni versione di noi nasce per ottenere approvazione immediata e non per esprimere davvero una parte viva. Allora la moltiplicazione non arricchisce. Consuma. E infatti tanti ragazzi sentono una stanchezza che non sanno nominare: non è solo il troppo tempo online, è il troppo lavoro necessario per reggere tutte le proprie maschere.

Prima di lasciarlo andare, gli ho chiesto ancora una cosa: “Se dovessi dare un consiglio a chi cresce dentro questo labirinto di profili, quale sarebbe?”

Calvino ha posato lo sguardo come si posa una mano sulla spalla. “Diffida delle identità troppo perfette, anche della tua. Tieni qualcosa di mobile, ma non diventare inconsistente. Ricorda che la leggerezza non è fuga. È precisione contro la pesantezza del falso.”

Quando la stanza si è svuotata, il telefono era ancora lì, acceso, pieno di volti in corsa. Ma ormai li vedevo diversamente. Non come semplici bugie, non come semplici verità. Li vedevo come pezzi. Alcuni vivi, alcuni recitati, alcuni feriti, alcuni soltanto ben illuminati. E in mezzo a quella folla digitale, la domanda restava affilata: non quanti profili sai creare, ma quanta realtà riesce ancora a passare da uno all’altro senza rompersi.

Breve biografia:
Italo Calvino (1923-1985) è stato uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento. È importante perché nei suoi romanzi e nei suoi saggi ha saputo raccontare identità, immaginazione, leggerezza e complessità con una chiarezza unica. Il suo pensiero conta ancora oggi perché aiuta a capire come restare umani anche dentro mondi pieni di maschere e trasformazioni.