Marco Prando

Darwin e gli algoritmi che selezionano

Lo schermo si illumina, scorrono dieci video quasi identici, poi all’improvviso uno accelera, prende quota, si stacca dagli altri come un animale che in una corsa nel fango trova per primo il terreno duro. È in quel momento che sento il punto vero della faccenda: online non vince sempre ciò che è migliore, ma molto spesso ciò che si adatta meglio all’ambiente in cui sta combattendo. E quell’ambiente non è una foresta, non è un oceano, non è un deserto. È un sistema di regole invisibili fatto di tempi di attenzione, clic, pause, reazioni, condivisioni, e soprattutto di algoritmi che osservano tutto senza farsi vedere davvero. Quando guardo questo meccanismo, non penso a una macchina fredda e basta. Penso a una parola antica, potentissima, che a scuola viene spesso ridotta a uno schema troppo semplice: selezione. Charles Darwin l’aveva studiata nella natura, tra becchi, piume, zampe, isole e piccole differenze che decidevano la sopravvivenza. Oggi quella stessa idea ci aiuta a capire perché certi contenuti si moltiplicano, altri spariscono, e altri ancora cambiano forma pur di restare visibili.

La tentazione più facile sarebbe dire che internet premia il migliore, ma basta guardare bene per capire che non funziona così. Gli esperti che studiano le piattaforme digitali spiegano da anni che i sistemi di raccomandazione non giudicano un contenuto come farebbe un insegnante che legge un tema o un giudice che valuta una gara. Non domandano: “È vero? È bello? È giusto?” Molto più spesso chiedono: “Tiene incollati? Fa reagire? Viene rilanciato? Produce altra attività?” È una differenza enorme. In natura, secondo le osservazioni che Darwin sviluppò in L’origine delle specie, non sopravvive l’animale più nobile, ma quello che possiede caratteristiche più adatte a un certo ambiente. Online accade qualcosa che gli somiglia in modo inquietante: non emerge sempre il contenuto più intelligente, ma quello che trova il modo di adattarsi alle regole del sistema. Il problema è che qui l’ambiente cambia in fretta, viene progettato da aziende, corretto da ingegneri, spinto da interessi economici, e può premiare anche il rumore, l’eccesso, la rabbia, la semplificazione brutale. A quel punto la selezione non scompare. Diventa più rapida, più artificiale, più nervosa.

È qui che, mentre seguo questo filo, mi ritrovo a immaginare Darwin davanti a me. Non nel marmo di una statua, ma vivo nel pensiero, con quello sguardo paziente di chi ha imparato a fidarsi dei dettagli. Non gli porto una conchiglia raccolta alle Galápagos, ma un telefono acceso. Glielo mostro, e comincio.

“Darwin, qui non si selezionano becchi o piume. Si selezionano video, frasi, facce, provocazioni. È ancora selezione, oppure sto forzando il paragone?”

Darwin guarda lo schermo come se fosse una creatura nuova, e risponde con una calma che quasi irrita per quanto è precisa. “Il paragone regge solo se non dimentica la differenza decisiva. In natura, la selezione non ha intenzione. Nessuno decide in anticipo quale fringuello debba vincere. Nell’ambiente digitale, invece, il contesto è costruito. Se un sistema favorisce ciò che trattiene lo sguardo, allora certe caratteristiche verranno moltiplicate. Non perché siano più vere o più nobili, ma perché risultano più adatte al criterio imposto. La mia idea non era un inno al migliore in assoluto. Era l’osservazione di un rapporto tra variazione, ambiente e successo riproduttivo. Qui state vedendo una parentela di struttura, non un’identità.”

“Quindi,” gli chiedo, “se un contenuto esagera, semplifica, colpisce più forte e per questo viene diffuso, non significa che sia superiore. Significa solo che si adatta meglio al terreno.”

“Esattamente,” dice. “Ed è qui che bisogna stare attenti alle parole. Molti hanno trasformato la selezione naturale in una specie di gara morale, come se il vincitore avesse sempre ragione. Ma la natura non assegna medaglie etiche. Registra effetti. Un tratto utile in un ambiente può essere inutile o dannoso in un altro. Se il vostro ambiente online premia la reazione immediata, non stupitevi se prosperano contenuti costruiti per provocarla. L’adattamento non coincide con la verità.”

Questa risposta mi entra addosso con la precisione di una lama sottile, perché sposta tutto. Significa che quando vediamo contenuti urlati, assurdi, spesso falsi, non dobbiamo per forza leggerli come i più forti. Dobbiamo leggerli, piuttosto, come i più adatti a un ecosistema che in certi momenti premia proprio quel tipo di comportamento. Gli studiosi di comunicazione e di psicologia sociale lo osservano spesso: emozioni come rabbia, paura e indignazione viaggiano in fretta, perché spingono a reagire subito. È una specie di mutazione vantaggiosa dentro un ambiente nervoso. Non nel senso biologico rigoroso, certo, ma nel senso che una caratteristica aumenta le probabilità di diffusione. E più un contenuto viene premiato, più altri lo imitano. In biologia si direbbe che un tratto si diffonde nella popolazione. Qui si diffonde uno stile.

Allora torno a interrogarlo, perché il punto si fa più duro. “Darwin, in L’origine dell’uomo lei ha scritto anche della cooperazione, degli istinti sociali, del fatto che i gruppi con membri capaci di aiutarsi potevano avere vantaggi. Questo conta anche qui, oppure online è soltanto lotta?”

Darwin non risponde subito. Sembra quasi infastidito da una lettura troppo aggressiva delle sue idee, ed è interessante perché molti lo usano proprio così, come se avesse detto che tutto è guerra permanente. “Avete semplificato troppo,” mi dice. “La vita non è fatta solo di scontro. Esistono selezioni che favoriscono comportamenti sociali, fiducia, segnalazioni reciproche, perfino forme di sacrificio. Se una comunità digitale riconosce valore alla competenza, alla pazienza, alla verifica, allora anche quei tratti possono diventare vantaggiosi. Il punto non è domandare se ci sia selezione. Il punto è domandare quale ambiente state costruendo, e quali qualità rendete fertili.”

“Quindi gli algoritmi non scelgono soltanto chi appare. Scelgono anche il tipo di creatura comunicativa che conviene diventare.”

“Detto bene,” replica. “Se premiate sempre velocità e impatto, otterrete organismi comunicativi specializzati in velocità e impatto. Se date spazio alla verifica e al contesto, ne emergeranno altri. Non attribuite all’evoluzione un destino inevitabile. Guardate le condizioni.”

È qui che il discorso, invece di diventare più semplice, si fa più vicino alla nostra vita. Perché se gli algoritmi selezionano, anche noi veniamo lentamente addestrati da quella selezione. Non solo scegliamo i contenuti: impariamo a parlare come il sistema preferisce. Tagliamo le frasi, alziamo i toni, cerchiamo l’effetto immediato, ci adattiamo. A volte quasi senza accorgercene. Gli esperti che studiano le piattaforme lo chiamano ottimizzazione del comportamento. Io, mentre ci penso, vedo qualcosa di più inquietante: una specie di allevamento invisibile del linguaggio. E allora faccio a Darwin la domanda che pesa di più.

“Se l’ambiente ci modella così, siamo condannati a trasformarci in ciò che l’algoritmo vuole?”

Darwin inclina appena il capo. “No. Un organismo non subisce soltanto: varia, esplora, devia. E voi, a differenza dei fringuelli delle mie isole, avete la possibilità di capire il sistema che vi osserva. Questa è la vostra forza. Potete progettare ambienti diversi, potete educare l’attenzione, potete scegliere di non confondere popolarità con valore. Quando nella mia epoca osservavo i viventi, non cercavo padroni nascosti, ma regolarità. Fate lo stesso. Studiate ciò che vi seleziona, e smetterà almeno in parte di sembrarvi magia.”

Resto lì, con quella frase addosso, e mi accorgo che il vero colpo di scena non è che gli algoritmi assomiglino alla selezione naturale. Il vero colpo di scena è un altro: la natura non ci stava giudicando, mentre gli ambienti digitali che costruiamo finiscono per orientare il nostro modo di parlare, di reagire, perfino di desiderare visibilità. Per questo il confronto con Darwin serve. Non per dire che internet è una giungla e basta, ma per capire che ogni ecosistema premia qualcosa, e che da quel premio nasce una forma di vita. La domanda decisiva, allora, non è chi sta vincendo oggi sullo schermo. La domanda è quale specie di voce stiamo lasciando sopravvivere, una notifica dopo l’altra.

Breve biografia:
Charles Darwin (1809-1882) è stato un naturalista inglese che ha cambiato per sempre il modo di capire la vita con la teoria dell’evoluzione per selezione naturale, esposta soprattutto in
L’origine delle specie. Il suo pensiero conta ancora oggi perché aiuta a leggere come gli esseri viventi, e per analogia anche certi sistemi umani, cambiano in rapporto all’ambiente che li seleziona.